Metabasis N. 31
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Seminario internazionale, Dall’argilla al silicio, sul rapporto tra i testi e i relativi supporti materiali

svoltosi a Napoli, nei giorni 16-17 marzo 2007

Grazia Giovinazzo

Venerdì 16 e sabato 17 marzo u.s. si è svolto a Napoli il primo Seminario internazionale sui testi e i loro supporti materiali “Dall’argilla al silicio”, organizzato dal Centro per lo Studio e l’Edizione dei Testi (CESET) in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Il CESET, istituito dall’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” con l’intento di promuovere lo studio dei testi finalizzato anche alla loro edizione, traduzione e commento, cura sia l’approfondimento teorico e metodologico dell’ecdotica, sia il confronto tra esperienze di lavoro e ricerche in corso o in preparazione. Esso si avvale principalmente, ma non esclusivamente, delle molteplici risorse e competenze disciplinari che fanno dell’U.N.O. una peculiare e privilegiata struttura didattica e di ricerca, e mira a collegarle con la comunità scientifica internazionale. Questo primo Seminario, infatti, ha fatto incontrare studiosi di nazionalità e discipline diverse allo scopo di affrontare la questione del rapporto tra testo e supporto materiale in un campione necessariamente limitato di epoche e culture diverse, dalle tavolette cuneiformi fino al digitale, con proiezioni verso le prescritture e le scritture effimere.

Sono stati due giorni di lavoro intensi e grevi di suggestioni favorite anche dalle due splendide sedi che hanno ospitato il Seminario: il Palazzo Du Mesnil in via Chiatamone, una delle sedi istituzionali dell’U.N.O., e il Palazzo Serra di Cassano a Monte di Dio, sede storica dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Prima dell’apertura dei lavori ha dato il benvenuto ai partecipanti il Rettore dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, prof. Pasquale Ciriello, che ha anche illustrato gli scopi e le finalità del CESET evidenziando, inoltre, come l’Ateneo già sia, e sempre più potrà essere, un punto di raccordo e di armonizzazione di ricerche differenziate a cavallo tra passato e futuro. Di seguito, il prof. Alberto Postigliola, in qualità di presidente del CESET, ha riferito come la finalità di mettere in contatto studiosi internazionali e colleghi abbia già avuto un suo primo risultato nel maggio dell’anno scorso con l’incontro fra 42 colleghi impegnati in edizione di testi e come, questo primo anno di vita dell’istituzione, veda concretizzare i suoi sforzi in questo Seminario, il cui spirito primario è lo scambio d’informazioni e l’avvio di discussioni per ampliare delle riflessioni metodologiche ed epistemologiche. Era atteso, infine, il prof. Giovanni Pugliese Carratelli, Direttore scientifico dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, che non è potuto essere presente per motivi di salute, e al suo posto ha porto i saluti e auguri di buon lavoro ai partecipanti il prof. Riccardo Maisano nelle vesti di rappresentante della Facoltà di Lettere e Filosofia, di filologo e di discepolo di Pugliese Carratelli.

Il prof. Maisano ha espresso la sua riflessione di come oggi sia mutato rispetto all’ottocento, quindi in un relativamente breve lasso di tempo, il concetto di filologia e di come allora al supporto materiale dei testi non fosse data alcuna particolare importanza. Si sono quindi aperti i lavori presieduti dalla professoressa Almuth Grésillon dell’Institut des Textes et Manuscrits modernes del C.N.R.S. di Parigi. Il primo intervento del prof. Domenico Silvestri dell’Università degli Studi “L’Orientale” di Napoli verteva su “La scrittura prima della scrittura (e prima dei supporti materiali)”. Nella sua esposizione, Silvestri ha proposto una “lettura” sintagmatica come prodromo dell’incontro tra linearità grafica e linearità fonica, per le rappresentazioni parietarie, risalenti al periodo paleolitico presenti in Europa, Eurasia e Africa, di animali imponenti (bovidi, mammut) associati ad animali più piccoli e snelli (stambecchi, giraffe), sorpassando quindi la “lettura” simbolica proposta a suo tempo da André Leroi-Gourhan. Per il neolitico, sono state prese in esame le rappresentazioni, nell’arte parietaria europea, degli esseri umani secondo un’istanza androcentrica, ravvisando in essi le prime radici di una peculiare emergenza alfabetica e accostandoli ai segni “phi” e “psi”. Poi, viaggiando attraverso le cretule e i sigilli (esempi di periscrittura e grandi archivi protostorici in area mediterranea), i “gettoni” e le “bullae” (esempi di periscrittura in area mesopotamica e dintorni), Silvestri è arrivato, passando dalla sfera al piano, alle forme di testualità nel vicino oriente antico: dal dire senza supporto allo scrivere con supporto.

Ha preso poi la parola il prof. Stefan Maul dell’Università di Heidelberg presentando il suo intervento “Beobachtungen zur Formatierung von Keilschrifttexten”. L’assiriologo ha ricordato come, alla fine del 4° millennio a.C. la scrittura sia stata inventata nel sud della Mesopotamia per registrare attività economico-amministrative. I segni venivano incisi su tavolette d’argilla morbida per mezzo di una canna appuntita. L’argilla, oltre che ad essere facilmente reperibile, presentava molti vantaggi: era facilmente modellabile nella forma desiderata e la tavoletta iscritta, una volta asciugata al sole, diventava molto resistente inoltre, se ribagnata, poteva essere riutilizzata per modificare il testo. Venivano cotte le tavolette destinate invece a resistere nel tempo, o per far parte di una biblioteca o per scopi legali. E’ evidente il motivo per il quale, per millenni, l’argilla come supporto materiale della scrittura non abbia avuto rivali nel Vicino Oriente. Maul è passato poi ad illustrare il passaggio dalla scrittura pittografica alla scrittura cuneiforme, di come lo stilo venisse anche usato per marcare linee e colonne. Ha concluso il suo intervento mettendo in evidenza che le dimensioni e le forme delle tavolette non erano accidentali: documenti legali o amministrativi erano redatti su tavolette di forme e dimensioni prestabilite, era così possibile per l’amministrazione riconoscere facilmente i vari tipi di testi senza bisogno di leggerli.

Dopo una breve pausa, il prof. Adriano Rossi dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” ha parlato della “Scrittura epigrafica e spazio monumentale nell’Iran achemenide e nel Vicino Oriente antico (VIII-IV secolo a.C.)”. Rossi ha iniziato col citare i numerosi studiosi che, a partire dalla fine dell’800, avevano focalizzato la loro attenzione sulle cosiddette Cronache assire, caratteristiche per l’esistenza di più copie su differenti supporti. I loro studi erano concentrati in una traduzione unica condotta sul testo base, il che ha contribuito a diffondere l’impressione dell’esistenza di un unico testimone denominato di volta in volta Cronaca di Sennacherib, Cronaca di Assurbanipal, ecc. Solo negli anni Settanta gli assiriologi e gli storici del Vicino Oriente (Cogan, Levine, Reade, Liverani, Fales e altri) hanno messo in crisi questo modello di analisi ed è così che è cominciato a emergere il significato comunicativo da assegnare alla varianza a seconda dei supporti di ciascuna replica: i monumenti di marmo o altra pietra pregiata, destinati a essere esposti i luoghi pubblici, funzionavano differentemente dai cilindri e prismi d’argilla destinati ad essere seppelliti in depositi di fondazione. Rossi poi, basandosi sul recente saggio di John Russel The Writing in the Wall, ha citato la varietà delle categorie della scrittura parietale individuate nei palazzi tardo-assiri (IX-VII sec. a.A.), abbordando il problema dello “spazio monumentale” che circonda un testo epigrafico e mettendo in evidenza le differenze tra gli spazi delle iscrizioni parietali standard e quelle dei documenti di fondazione.

Quest’ultimo genere epigrafico in terra d’Iran per il periodo achemenide, ha sottolineato lo studioso, pone non pochi problemi. Egli ha portato ad esempio come alcuni frammenti di tavole d’argilla e di marmo, ritrovati a Susa e pubblicati da Scheil intorno agli anni ’30, furono iscritti nella categoria delle iscrizioni di fondazione e come, nel 1974 lo studioso Steve, abbia dimostrato, grazie anche ad altri frammenti, che le caratteristiche, le dimensioni dei supporti e la grandezza dei segni dei testi già noti, erano tali da far ritenere che fossero in realtà delle iscrizioni destinate ad esibizione pubblica. A Persepoli sono state ritrovate diverse tavole, anche in oro e argento, generalmente attribuite alla tipologia di “fondazione” per il semplice fatto che alcune di esse erano interrate sotto il livello del pavimento, ma nessuna fa riferimento a attività edilizie. Emerge quindi una notevole differenza tra i depositi iranici e quelli mesopotamici, anche se questi ultimi presentano casi sporadici di iscrizioni prive di riferimento all’edificio. Rossi, al termine del suo contributo, ha parlato del progetto di ricerca DARIOSH, da lui diretto all’U.N.O. di Napoli, che da alcuni anni si propone di studiare sistematicamente, in un’ottica interdisciplinare, le costanti e le variabili nell’incontro tra modalità culturali mesopotamiche e achemenidi preparando una nuova edizione delle iscrizioni reali plurilingui.

“Tipologie di supporti e tipologie testuali nell’Italia antica (argilla, pietre, metalli e altro)” è stato l’argomento scelto per questo incontro dal prof. Paolo Poccetti dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Dalla sua relazione è emerso che nell’VIII-VII sec. a.C. le coste del Golfo di Napoli, specialmente l’isola d’Ischia e Cuma, nonché il corso del Tevere, furono i centri di diffusione della scrittura alfabetica. In quel periodo sia in Italia che nel bacino del Mediterraneo, e siamo agli albori della scrittura, i supporti erano i vasi d’argilla. Poccetti ha fatto notare come le tavolette d’argilla egee, nonostante i contatti commerciali tra i due mondi culturali, non siano state adottate in quanto destinate ad un uso archivistico non attinente alla coeva cultura mediterranea. Lungo le coste Tirreniche, si diffuse invece l’uso di tavolette di piombo come supporto di scrittura destinate alla circolazione. Nell’isola del Giglio sono stati trovati strumenti di scrittura caratterizzati da stili di piombo risalenti al V-IV sec. a.C. Le tavolette di piombo presentavano degli innegabili vantaggi: erano duttili e facilmente trasportabili (arrotolate o ripiegate come dittico), con una semplice abrasione erano facilmente modificabili o correggibili, anche in poco spazio con una scrittura molto fitta trasmettevano molte informazioni, avevano un ruolo importante per l’alfabetizzazione perché investivano vari strati della società. Questo tipo di supporto era perfetto per uso epistolare, per uso magico (sono state ritrovate tavolette nelle tombe simili a lettere inviate alla divinità), per un uso, si potrebbe dire, privato. Ma la flessibilità e duttilità del piombo diventano difetti per tavole di grandi dimensioni, infatti sono eccezionali le testimonianze di scritture di tipo pubblico che mal si prestavano ad essere affisse o archiviate. Ecco quindi il diffondersi del bronzo come supporto scrittorio, coevo all’uso del piombo, tipico dell’epigrafia romano-italica, poi diffusosi anche in Gallia, nella penisola Iberica e nel mondo greco. Soprattutto in ambito venetico di questo materiale sono tipici i sillabari, gli alfabetari e i documenti giuridici (si ricorda il corpus di leggi da Selinunte). Si nota quindi come nella seconda metà del primo millennio si sia verificato un mutamento del rapporto tra tipologia del supporto e scrittura: il testo si adatta al supporto.

Dopo una piacevole pausa sono ripresi i lavori presieduti dal prof. Agostino Cilardo dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Il prof. Attilio Andreini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha trasportato l’auditorio in Estremo Oriente con il suo intervento “Prima della carta: forme del testo cinese antico, su bambù, legno, seta (IV-II secolo a.C.)”. Lo studioso ha ricordato come le prime manifestazioni di scrittura in Cina risalgono al 1300 a.C. con le iscrizioni oracolari, su ossa o su scaglie di carapace di tartaruga, legate alla pratica dell’osteomanzia. Più tardi, verso la metà del III° millennio, compaiono anche le iscrizioni all’interno di vasi rituali di bronzo per mezzo delle quali i vivi comunicavano agli antenati i loro meriti. A partire dal 1100 a.C. in poi gli scribi-indovini usarono altri supporti: il bambù, il legno, la seta. L’uso del bambù, date le condizioni climatiche, si diffuse specialmente nelle zone settentrionali. Andreini ha sottolineato come esso richiedesse una lavorazione lunga e accurata: veniva tagliato lungo il senso della fibra per ottenere delle listarelle lunghe (circa 23-25 cm) e strette che, sottoposte al calore del fuoco, diventavano robuste, leggere ed elastiche poi tenute insieme con dei cordoncini. Il legno, il cui uso si diffuse prevalentemente nelle aree meridionali, era il materiale ideale per assorbire l’inchiostro. La scrittura, sia su supporto di bambù che di legno, aveva un andamento verticale e andava da destra a sinistra. In tombe databili al 150-100 a.C. sono stati ritrovati, insieme a testi su bambù o su legno (rappresentavano un segno di distinzione, di status), dei set di scrittura, contenuti in astucci di bambù, composti da pennelli di pelo di coniglio e da inchiostro nero. L’inchiostro nero era ottenuto da corna di cervo o da legno di pino bruciato, mentre quello rosso dal cinabro. Entrambi, una volta essiccati, erano ridotti in palline o barrette che, al momento dell’uso, erano sciolte in acqua. Il relatore ha messo poi in evidenza come il passaggio dalla scrittura su bambù o su legno a quella su seta si sia rivelato di fondamentale importanza : rimane invariata la disposizione della scrittura (verticalità e da destra a sinistra) ma aumenta la superficie disponibile per il testo con la possibile coesistenza di scrittura e disegni. Lo scritto più antico su seta che si conosca risale al 300 a.C. ed è un testo divinatorio calendariale corredato da disegni di divinità legate a costellazioni, mentre un altro testo divinatorio, databile al 160 a.C., riguarda il moto delle comete. Su seta sono stati copiati testi originariamente su bambù o legno e infine, grazie al supporto di seta, sono arrivati fino a noi i fondamentali testi cinesi di letteratura, filosofia, religione, poesia.

Essendo mancata la presenza del prof. Giorgio Casacchia dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” che avrebbe dovuto presentare “I classici confuciani su pietra (shijing)”, con un notevole balzo spazio-temporale si è approdati in pieno medioevo con il prof. Alberto Varvaro dell’Istituto di Scienze Umane di Firenze e il suo “Testi e confezione dei codici nel tardo Medioevo”. Dalla sua interessante relazione si è appreso che per i testi medioevali la base scrittoria era il codice prima su pergamena poi su carta e che per molti secoli i testi autografi non sono molti, inoltre sono spesso confusi autore e copista. Degli inizi del 14° secolo è un abbozzo di codice autografo di un copista francese, interessante perché ci permette di vedere come l’impostazione della pagina fosse abbastanza simile alla stesura definitiva. Si desume che il libraio-copista, dopo aver avuto la commissione, usando fascicoli di pergamena e prima dell’inserimento della scrittura, preparava le pagine, faceva lo specchio di pagina, eventuali colonne e prevedeva gli spazi per le figurazioni e decorazioni. Queste ultime erano eseguite a strati fino ad arrivare a un massimo di sei strati. Degno di nota è il fatto che il copista non si sentiva obbligato alla riproduzione fedele dell’abbozzo che gli era stato consegnato. Il prof. Filippo Ronconi dell’Università degli Studi di Cassino ha contribuito al Seminario parlando “Tra codicologia, filologia e paleografia: un manoscritto della cosiddetta ‘collezione filosofica’ (IX sec.)”. Dalla sua esposizione si è appreso che la cosiddetta ‘collezione filosofica’ è un gruppo di diciotto codici vergati a Costantinopoli nel terzo quarto del IX secolo e che sono i testimoni più antichi, e talora unici, di alcune significative opere del medioplatonismo. Attraverso lo studio di uno di essi (il Paris. gr. 1962), si dimostra come un’indagine sinergica di fattori materiali, grafici e testuali, permette di ricostruire non solo i metodi di lavoro di chi allestì il codice, ma anche alcune caratteristiche dei modelli – per lo più antichi e tardoantichi – che si pongono a monte di una delle più significative e misteriose imprese culturali del ‘primo umanesimo bizantino’.

L’ultimo relatore della giornata è stato il prof. Paolo Fioretti dell’Università degli Studi di Bari che ha parlato su “Il libro e il testo. La miscellanea bobbiese Napol. Lat.2”. Fioretti ha messo in evidenza come il manoscritto Lat. 2, concepito nel 1493 nella comunità monastica di Bobbio e conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, non sia un codice vero e proprio, bensì un’aggregazione di 5 unità codicologiche differenti: tre altomedievali e due tardoantiche. Il suo carattere miscellaneo, dovuto ai molteplici testi di argomento grammaticale e patristico che in esso sono raccolti e la sua complessa struttura materiale, si presta in modo esemplare ad una riflessione sul rapporto tra libro e testo (o, meglio, tra libro e testi). Lo studioso ha sottolineato come ogni singola unità sia stata sottoposta ad un’indagine approfondita finalizzata a mettere in relazione tre aspetti differenti e tuttavia strettamente correlati: la struttura fascicolare, la disposizione dei testi e la successione degli interventi dei copisti.

La seconda giornata del convegno si è tenuta nel Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Con alla presidenza la prof. Maria Teresa Giaveri dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, ha inaugurato la sessione il prof. Cecil P. Courtney dell’Università di Cambridge presentando “The Authority of the Text versus the Sociology of the Text. A Case Study: Montesquieu’s Temple de Gnide (1725-1800)”. Dalla sua relazione si è appreso che il poema allegorico-mitologico, a soggetto erotico, Le Temple de Gnide di Montesquieu quando apparve nel 1725 ebbe scarso successo ma che questo arrivò quando l’opera comparve anche in varie altre forme: numerose edizioni furono arricchite da illustrazioni, altrettanto numerose furono le imitazioni in versi, vi fu anche una versione presentata come divertissement musicale con la combinazione di opera e balletto, traduzioni (in versi e prosa) in varie lingue con adattamenti di vario tipo. Questa vasta produzione, la maggior parte databile a dopo la morte di Montesquieu (1755), è stata generalmente ignorata dagli studiosi di letteratura. Opinione di Courtney è che sia lodevole e necessario che le riedizioni moderne dell’opera mirino alla fedele riproduzione del testo stampato nel 1725 o di quello leggermente rivisto edito nel 1742 ma, nello stesso tempo, come ignorare l’importanza e l’interesse delle sue più varie divulgazioni? Come presentare un’edizione critica di Le Temple de Gnide tenendo presente tutte le forme in cui è stato pubblicato? Forse, ha concluso lo studioso, l’unica soluzione è in un testo elettronico.

La prof. Claire Bustarret, dell’Institut des Textes et Manuscrits modernes del CNRS di Parigi, parlando sulle “Stratégies d’appropriation du support-papier chez les écrivains du XVIIIe au XXe siècle” ha reso partecipe l’auditorio, grazie anche alle diapositive, al momento più intimo e importante per uno scrittore: quello delle prime stesure, le ‘brutte copie’, del suo lavoro compositivo. Si è appreso che per molti autori la preparazione del supporto cartaceo giocava (forse gioca ancora oggi?) un ruolo molto importante, era un vero e proprio rituale, la sorgente della vocazione scrittoria. Ad esempio, Zola doveva avere a disposizione fogli esattamente della stessa misura, mentre Malraux scriveva solo su cahiers d’écolier “quaderni da scolaro”. La Bustarret è passata poi ad illustrare le modalità d’iscrizione cioè gli strumenti (macchina da scrivere, matite nere, rosse e blu, penne), lo spazio (vari tipi di scrittura, dai più usuali a scrittura in diagonale) per arrivare ad esempi di découpage e collage (gli odierni copia e incolla per la scrittura al computer). Dopo questo intervento ci si chiede se non sarebbe utile, insieme alle note bibliografiche di un autore, sapere anche su che supporto ha scritto, come e con che cosa ha scritto per penetrare meglio nella sua personalità o, forse, sarebbe entrare indebitamente nella sua intimità?

Con “Dare forma al testo nell’età dell’editoria moderna (sec. XIX-XX)” si è presentato il terzo relatore della mattinata, il prof. Alberto Valerio Cadioli dell’Università degli Studi di Milano che ha portato come esempio di vecchio sistema editoriale l’edizione del 1802 delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo e quella del 1826 delle Operette Morali di Giacomo Leopardi ad opera dello stampatore milanese Stella. Era consuetudine nell’ 800 pubblicare a fascicoli ed infine a volume. Finalmente, nella seconda metà dell’800 e grazie a una nuova classe di lettori, è nata una nuova tradizione editoriale, la stessa dei nostri giorni, con attenzione alla scelta del libro, il formato, le illustrazioni, i nuovi caratteri. Prima dell’uscita a stampa viene esaminato il dattiloscritto, sono apportate correzioni, la prima edizione fissa il testo. Tutti avranno avuto modo, però, di notare come in edizioni successive di uno stesso testo si osservino delle correzioni. A questo proposito Cadioli ha posto un interrogativo al quale, forse è difficile rispondere: le correzioni o le modifiche si devono all’autore o all’editore?

La ricercatrice Costanza Fiorelli dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi è stata l’ultima relatrice con “Écritures éphèmerès dans le vodoun du Bénin”. È stata una relazione molto interessante e suggestiva supportata da filmati girati dalla stessa Fiorelli in occasione di una cerimonia religiosa svoltasi presso una tribù del Benin. Si sono visti donne, uomini e bambini danzare, cantare fino a raggiungere l’esaltazione e, infine, tracciare segni di scrittura sulla sabbia immediatamente cancellati. Quindi, come detto dalla ricercatrice, un tipico esempio di scrittura cultuale con valore negativo in quanto possibile veicolo di divulgazione di segreti noti solo agli iniziati. Come ha ben detto la prof. Maria Teresa Giaveri, con questa relazione si è chiuso un cerchio iniziato con le prescritture.

Questo primo seminario, senza dubbio, è stato un bel battesimo per il neonato CESET, non resta che augurarsi che altri ne seguano allo stesso livello culturale e con la stessa organizzazione discreta ma efficiente. Un suggerimento: per il prossimo seminario, che si spera avvenga entro breve tempo, non sarebbe interessante aprire le porte anche a un pubblico di non iniziati?

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