Metabasis N. 35
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Bouc émissaire, politique et pouvoir

Comptes rendu

Al-Kindi, De radiis, teorica delle arti magiche

Gian Mattia Panena

Troppo spesso, lo studio della filosofia intrapreso nelle università, tende a trattare in maniera molto sbrigativa l’apporto dato dalla filosofia araba alla diffusione del pensiero greco (e non solo) in seno alla cultura occidentale: gli arabi ci appaiono, sovente, come il semplice trait d’union che ha permesso, ad esempio, alle opere della fisica aristotelica di arrivare in occidente e di contribuire alla rinascita medievale in Europa, ma senza essere degnati di una profonda ed attenta conoscenza, a livello di programmi universitari.

La filosofia araba nacque se vogliamo, intorno al secolo IX, con l’introduzione della dialettica greca nel cuore di questa cultura, ma dopo ben tre secoli di “gestazione”, durante i quali vennero messe a punto le più svariate traduzioni e cure di testi di filosofia ellenica; in realtà il problema che dà avvio alla produzione filosofica araba, si pose all’indomani della morte del Profeta (632 d.C.), ovvero quando l’Islam si trovò davanti alla necessità di dover interpretare la teologia presente nel Corano: nacque così il kalam, quella disciplina, cioè, che sosteneva la conciliabilità di fede e ragione e che fece del ragionamento un importante strumento in appoggio alle problematiche religiose.

In coda a questa, si vide una sempre maggior affluenza di opere del pensiero greco (basti pensare che una prima traduzione siriaca delle opere di Aristotele risaliva addirittura ai sec. V e VI) e ad una vera e propria fioritura culturale che si consolidò per la prima volta nella Baghdad dominata dalla dinastia degli Abbasidi (IX sec): nella capitale era allora possibile imbattersi in trattati di sapienza indiana, astrologia, astronomia, magia zoroastriana, iranica e buddhista; è appunto in questo periodo ed all’interno di quel fermento culturale che si colloca la figura di Ya’qub Ibn Ishaq al-Kindi.(Bassora-Baghdad 870 ca) filosofo e scienziato arabo, autore di ben 270 scritti, purtroppo in gran parte perduti, tra i quali numerosi commenti ad Aristotele.

Il testo che qui prendiamo in considerazione, il Deradiis, ebbe grande fortuna in occidente e fu conosciuto sotto il titolo di Teorica artium magicarum. L’opera si occupa principalmente dei modi in cui la luce si diffonde nel creato e della possibilità che i raggi luminosi hanno di veicolare forze precise (energie), le quali procedono sia dagli astri che dai corpi terrestri, contribuendo alla mobilità vitale dell’universo.

Quest’ultimo risulta essere, nella prospettiva delineata dal filosofo, un vero e proprio campo di energie, in continua rispondenza le une con le altre, secondo una condizione gerarchica: i corpi celesti, infatti, mediano l’interrelazione esistente tra le varie forze per il fatto che essi fanno da “ponte” tra il mondo superiore e quello inferiore; questa mediazione è tutto fuorché neutrale: il movimento delle stelle, la loro unicità e singolarità, fanno sì che anche l’influenza esercitata si manifesti come determinata dall’essere hicetnunc di questa o quella stella.

Ogni stella determina la potenza dei raggi ed agisce diversamente nel mondo a seconda della risposta che l’energia incontra durante il suo procedere: esiste una diversità tra i raggi e la materia; l’interazione esistente tra i due elementi permette anche di spiegare la distinzione che spesso si attribuisce a fenomeni di generazione naturale e contro natura. Solo l’occhio del sapiente può cogliere quanto ingannevole sia questa prospettiva; infatti, tutto anche ciò che in apparenza sembra contro natura, fa parte di quell’armonia celeste che regna nell’universo, la quale si manifesta in fenomeni ora simili, ora dissimili. Al-Kindi sembra velatamente anticipare il famoso detto che afferma: “nulla si crea e nulla si distrugge”.

Il macrocosmo si riflette nel microcosmo: se a qualcuno fosse dato di conoscere per intero la meraviglia dell’armonia celeste egli potrebbe possedere l’onniscenza riguardo al passato, al presente e al futuro; ma anche chi conoscesse per intero la condizione “di un solo individuo in questo mondo (2)", potrebbe avere tale enorme potere.

Tra mondo siderale e materiale esiste quindi, neoplatonicamente, un criterio di somiglianza depotenziata, ma in maniera tale che anche le cose del mondo possono produrre raggi a loro volta influire le une sulle altre.

Si assiste, quindi, all’interessante intreccio tra necessità e contingenza: in che rapporto stanno i raggi e le cose del mondo? Innanzitutto i raggi pervadono ogni punto della materia, in maniera e con un’intensità differenti ma creando un legame che fa sì che ciascuna realtà si rispecchi nelle altre. In secondo luogo, ogni parte dell’universo è governata dalla necessità, ma ciò non è facile da cogliere per la maggior parte degli uomini dato che la mente umana tende a considerare, generalmente, i fenomeni come contingenti. Questo atteggiamento è dovuto al fatto che gli uomini, in mancanza di conoscenza profonda della realtà, desiderano e sperano, e quindi osservano le cose in maniera limitata ed insufficiente. Qualora giungessero a svelare la occulta trama del reale arriverebbero a mutare tale visione delle cose.

L’uomo ha a sua volta un ruolo importante nell’universo. Egli può attraverso la parola, l’utilizzo di suoni o simboli magici governare la forza dei raggi celesti; alcuni suoni sono favorevoli all’azione dei pianeti, altri più semplicemente agiscono nei confronti della materia (fuoco, acqua…) stimolandone il comportamento. In ogni caso Al-Kindi si riallaccia alla tradizione alchemica che appunto tende a valutare l’interazione tra pensiero e volontà umana non solo in chiave razionalistica, ma dando spazio all’empatia che si stabilisce tra spirito e materia, una volta che si esplorino i confini occulti del reale.

La pratica magica influisce anche nei rapporti tra individui: avviene attraverso precisi rituali che la volontà di qualcuno possa essere modificata: “ ..in modo tale che qualcuno desideri qualcosa che secondo il corso della volontà naturale non desidererebbe” (3).

Anche il mondo animale, ovviamente, è soggetto a questo potere magico della parola.

Le formule magiche (suoni, simboli..) hanno una loro classificazione ed efficacia differenti ma il loro potere sorge inprimis dal cuore (4) dell’uomo, che essendo il centro delle passioni è anche quello della volontà; inoltre, il cuore rispecchia, in questo gioco tra macro e microcosmo, il centro del mondo. I raggi che dal cuore dell’uomo procedono verso l’esterno, sono i più potenti che possono scaturire dalla persona.

Tutto questo avviene nel rispetto della natura, nel senso che le pratiche magiche non sovvertono l’ordonaturalis, ma ne modificano l’esistenza per il fatto che esse svelano la natura più occulta della realtà, donando il potere di modificare qualcosa senza uscire dalla ferrea legge di necessità che governa l’universo.

Infine, la pratica magica che ha più forza, e può addirittura invertire il corso della natura, è il sacrificio: il sacerdote, ovvero colui che è preposto ai sacrifici, opera insieme alla vittima una vera e propria incisione nella trama degli eventi, garantendo la possibilità che l’azione umana possa avere un’efficacia altrimenti impossibile. Alcuni animali hanno, per propria natura, la capacità di indurre questo mutamento perché si accordano in questo o in quel modo con gli astri che tutto governano.

La possibilità che il rito sia efficace risiede nel fatto che il sacrificante deve conoscere prima di agire, l’esatta rispondenza che sussiste tra l’animale sacrificato e gli astri, pena l’inefficacia del rito; questo garantisce che i riti non siano pratiche velleitarie che possono assecondare in maniera pedestre i desideri degli uomini; al contrario, solo chi è in possesso di una profonda e rispettosa conoscenza della realtà può operare efficacemente.


  1. Al-Kindi, De Radiis, a cura di E. Albrile e S. Fumagalli, trad. it. di E. Turri, Mimesis, Milano 1995.
  2. Ivi, p. 43.
  3. Ivi, p.79.
  4. Per cuore bisogna intendere qui quell’unitasregitiva, centro di volontà ed intelletto che ricorda l’hegemonikòn stoico, locus centrale e direttivo dell’anima.

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