Metabasis N. 35
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Scapegoat, politics and power

Reviews

Denis Benoit, Littérature et Engagement: De Pascal à Sartre

Éditions du Seuil, coll. «Points Essais», Paris, 2001, pp. 316 [+ 4]

Giangiacomo Vale

«Benché la letteratura sia una cosa e la morale tutt’altra cosa, in fondo all’imperativo estetico si discerne l’imperativo morale». Con queste parole nel 1947 Sartre decretava il dovere per la letteratura di andare al di là di se stessa per farsi portatrice di un progetto etico, ed incitava gli scrittori suoi contemporanei a prendere coscienza della loro storicità e a partecipare alla vita politica della loro epoca. La concezione classica dell’opera letteraria è messa in causa, e il fine della letteratura oltrepassa così l’intenzione estetica dalla quale procede e che la dovrebbe giustificare: secondo Sartre la creazione non avviene ex nihilo, e lo scrittore non è un demiurgo; alla nozione di creazione egli sostituisce quella di dévoilement: lo scrittore è colui che dà un nome a ciò che non è ancora stato nominato, e nominando cambia, scrivendo agisce. Proprio su tale funzione strumentale del linguaggio si basa l’engagement sartriano: non un concetto politico col quale si sottolineano i doveri sociali dello scrittore, ma un concetto filosofico che evidenzia i poteri metafisici del linguaggio e della scrittura. Lo scrittore, per il solo fatto di scrivere, è così «“implicato”, qualsiasi cosa faccia, segnato, compromesso, fin nel suo rifugio più appartato». E l’engagement consiste allora nel rifiutare la passività di fronte all’inevitabile implicazione nel mondo, nel non eludere le scelte, e nell’«abbracciare strettamente la propria epoca» rinunciando alla posterità e alla gloria.

La riflessione sartriana è la prospettiva entro la quale si inscrive il saggio di Benoît Denis dedicato alla storia della letteratura engagée, o politicamente impegnata. Il saggio percorre quattro secoli di letteratura francese soffermandosi sulle grandi figure del pàntheon dell’engagement, per descrivere un fenomeno multiplo e complesso che trova in Sartre il suo maggiore teorico. È innegabile infatti, e Denis non smette di ricordarlo, che, nonostante Sartre non sia stato né il primo a fare della letteratura engagée, né il primo ad utilizzare questo termine, egli rimane a tutt’oggi colui che ha affrontato la questione in modo più completo, descrivendone i presupposti e fornendone le giustificazioni filosofiche e letterarie, rendendo ogni tentativo di descrizione e analisi del fenomeno imprescindibile dalla sua riflessione.

Servendosi di tale punto di riferimento, la storia della letteratura engagée proposta da Denis si sviluppa lungo due periodi separati dal 1850, anno che rappresenta il momento in cui si instaura la cosiddetta modernità letteraria: contro l’ordine morale di un regime conservatore e repressivo, il Secondo Impero (basti ricordare i processi a Flaubert e Baudelaire per oltraggio alla morale e oscenità), nasce in questo periodo un ambiente letterario per la prima volta indipendente dalla società e dal potere, in cui lo scrittore prende le distanze dall’attualità politica e sociale e si ritira dal mondo, rivendicando il diritto a non essere giudicato secondo i criteri della morale sociale ordinaria, e coltivando i propri valori e principi estetici: la gratuità, il purismo estetico o, per citare Flaubert, la destoricizzazione della realtà. Tutto ciò,ci dice Denis, è la conseguenza delle due rivoluzioni mancate del Secondo Impero, 1848 e 1871, in seguito alle quali lo scrittore, portavoce storico della borghesia oppressa e dei suoi valori universali, si accorge che la borghesia stessa può diventare una classe di oppressori che si preoccupa di difendere i suoi interessi. Allo scrittore-dandy non rimane che darsi alla negazione gratuita, all’impassibilità aristocratica; con Mallarmé la poesia diventa così l’oggetto di se stessa, attività autosufficiente che non ha più alcun rapporto con il mondo.

Se il 1848 è la data simbolo della rottura tra letteratura e politica, il 1898 è un anno non meno simbolico: il famoso J’accuse di Emile Zola mette fine a cinquant’anni di afasia politica e segna la loro riconciliazione. Oltre ad aver causato la polarizzazione del dibattito politico francese tra destra e sinistra, l’Affaire Dreyfus ha segnato la nascita di una nuova categoria sociale, gli intellettuali, insieme eterogeneo di scienziati, universitari, scrittori che, avendo raggiunto un certo prestigio nei loro rispettivi saperi, si attribuiscono il diritto di partecipare al dibattito politico. Ma se la nascita dell’intellettuale induce la nascita della letteratura engagée propriamente detta, quest’ultima si distingue nondimeno dall’intervento intellettuale: questo è circoscritto e porta su un problema ben preciso e temporaneo, e si costituisce come tale abbandonando il terreno della letteratura; quella ha un carattere permanente, ed è soprattutto una «scelta di scrittura»: lo scrittore engagé concepisce la letteratura come dotata di una forza di proposizione o di contestazione, e desidera servirsene senza rinunciare ai suoi attributi.

La storia della letteratura engagée propriamente detta è dunque storia recente: divenuta uno dei principali argomenti del dibattito letterario e politico a partire dall’Affaire Dreyfus (ed è a partire da qui che ha preso tale nome), essa ha raggiunto il suo maggiore successo e compimento tra l’inizio della Seconda Guerra e gli anni cinquanta, legandosi inevitabilmente al sogno comunista e al successo di un partito di cui molti scrittori furono i “compagni di strada”. Ma la letteratura engagée non è letteratura di propaganda, o letteratura proletaria, e non ha niente da spartire con il realismo socialista, il cui dogmatismo ideologico e la cui vocazione didattica ne fanno l’estetica ufficiale dello stalinismo. Al contrario: lo scrittore engagé, ci dice Denis, «è raramente iscritto a un partito, e non si crede il porta parola di alcuna dottrina politica: non è che in virtù di una necessità secondaria, che vuole che le questioni morali o etiche poste da esso sfocino inevitabilmente su delle considerazioni politiche, che la letteratura si fa politica o si avvicina alla politica».

Già Barrès, con Maurras maggiore rappresentante dell’antidreyfusismo e della destra reazionaria degli inizi del XX secolo, presenta tutti i tratti dello scrittore engagé. Lo conferma la scelta di ricorrere al romanzo a tesi, genere che costituisce il punto di riferimento di ogni scrittore engagé, e di cui Les Deracinés sono un esempio. Dopo Barrès, infatti, molti scrittori (Malraux, Drieu La Rochelle, Aragon, Nizan, Sartre, Camus) si confronteranno in un modo o nell’altro a tale modello, le cui caratteristiche sono quelle di mettere in scena un eroe positivo, un destino esemplare che faccia autorità e che dia delle risposte univoche al lettore, con uno scopo persuasivo. Gli anni tra le due guerre sono poi un vero e proprio laboratorio politico-letterario: il disastro della Grande Guerra da una parte e le speranze suscitate della Rivoluzione d’ottobre o l’ascesa dei fascismi dall’altra, fomentano una nuova attrazione del mondo letterario per la politica. Di fronte ai totalitarismi l’ambiente letterario si frattura, e si sperimentano diverse forme di engagement. L’attitudine surrealista consiste ad esempio nel presupporre un’omologia tra rivoluzione estetica e rivoluzione politica, pur preservando la specificità della letteratura, che resta un fine in sé e non uno strumento al servizio della politica. Diversa è l’attitudine del gruppo di scrittori legati alla Nouvelle Revue Française, ultimo bastione della letteratura “pura” in Francia, luogo di astensione politica (celebri le parole del suo direttore, Paulhan: «non contate su di noi»), che però non esclude gli engagements individuali, ed è il caso di Gide. Uno dei primi a denunciare con Viaggio in Congo le derive del colonialismo, nel 1935 egli è a un passo dal mettere la sua opera letteraria al servizio dei suoi entusiasmi politici per la rivoluzione sovietica, ma già poco dopo pubblica Ritorno dall’URSS, denuncia dello stalinismo che segna la rottura con il PCF, la fine di ogni impegno politico e il ritorno alla letteratura pura, convinto che «con i buoni sentimenti non si fa letteratura». Se alcuni scrittori subiscono un effimero fascino per le direttive estetico-letterarie giunte da Mosca (Aragon e Nizan), colui che meglio ha saputo conciliare impegno politico e letteratura rimane Malraux, il quale mette in scena nei suoi romanzi un vero e proprio immaginario letterario della rivoluzione senza scadere nella propaganda, e ciò riabilitando il tema dell’avventura come evento metafisico, che viene applicato alla rivoluzione, innalzata alla stregua di una ricerca metafisica. Il suo engagement letterario troverà il suo compimento nella partecipazione alla guerra civile spagnola, da cui ne uscirà La Speranza, romanzo in cui Malraux adotta la narrazione simultaneista, tecnica esplicita di letteratura engagée che, chiama il lettore all’interpretazione e al lavoro critico, insomma, a farsi domande e mettere in dubbio le proprie certezze. Tale tecnica sarà usata anche da Sartre ne Le vie della libertà; quest’ultimo figura come l’ultimo grande scrittore engagé, dopo del quale si apre una fase di “rigetto” col movimento Nouveau Roman che, pur non disdegnando la militanza politica, la dissocia dalla creazione letteraria.

La letteratura engagée propriamente detta si è dunque formulata e sviluppata solo recentemente. Ma esiste una letteratura che Denis chiama, per distinguerla dalla prima, littératured’engagement, che è anteriore alla modernità, che si manifesta sottoforma di poesia celebrativa, letteratura di propaganda religiosa, pamphlets, commedie, e i cui rappresentanti figurano come modelli o «figure tutelari» per gli scrittori engagés del XX secolo. Le opere di Pascal ne sono un esempio. Se nei Pensieri ritroviamo il nous sommes embarqués che sarà rievocato da Sartre e Camus tre secoli dopo, Le Provinciali, vero e proprio attacco ai gesuiti, testimoniano in modo incontestabile il suo engagement, vista l’intima relazione che unisce all’epoca religione e potere politico: esse sono un tentativo di portare il dibattito al di fuori della teologia per cercare di convincere un pubblico profano (virtuale, avrebbe detto Sartre), e ciò facendo uso di una serie di strategie retoriche come la neutralità e l’ingenuità del narratore, allo scopo di persuadere il lettore delle buone ragioni dei giansenisti. Figura simbolica della missione sociale dello scrittore, Voltaire è il miglior rappresentante di quei philosophes che sono l’esempio di un’influenza senza precedenti delle lettere nella vita sociale, capaci di minare le fondamenta teologico-politiche della monarchia e preparare il terreno per la rivoluzione. I racconti filosofici rappresentano il luogo per eccellenza del suo engagement, vòlto principalmente alla lotta contro il fanatismo religioso. Il loro aspetto essenziale sta nel tipo di eroe che è messo in scena: come lo indicano i titoli – Candido o L’Ingenuo – esso è un essere naïf, che guarda con distacco, senza pregiudizi, e si sente esteriore ad una realtà sociale e morale che è invece familiare al lettore; così facendo garantisce l’imparzialità, cui si aggiunge l’ironia con cui interviene il narratore, creando una connivenza con il lettore che ha un effetto critico evidente ed efficace. Se con il controrivoluzionario Chateaubriand lo scrittore diventa il «poeta sacro», che si distingue per le sue capacità profetiche e che è stretto in un’oscillazione continua tra «la solitudine e il foro», il Romanticismo segna l’avvento di una relazione tra letteratura e politica caratterizzata dall’attribuzione di una funzione sacerdotale allo scrittore, che diventa un agente spirituale, il che sembrerebbe allontanarlo dalle preoccupazioni di tipo temporale. Malgrado ciò alcuni romantici dimostrano il contrario; Hugo, in particolare, afferma la non incompatibilità tra «la poesia e la tribuna»: pur segnando una grande rivalutazione dell’ideale estetico, assimilato ad una missione di tipo religioso, il Romanticismo non trova così questo privilegio attribuito all’arte in alcun modo antitetico alla missione sociale che si attribuisce lo scrittore. Sacerdote del Bello, del Vero, del Bene, il poeta si consacra ad una doppia missione, estetica e morale, e la letteratura può farsi così discorso politico senza rinunciare a se stessa.

La storia della letteratura engagée proposta da Denis non è, insomma, l’ennesima storia politica della letteratura, che descriverebbe le scelte ideologiche degli scrittori o la loro adesione a questo o quest’altro partito. La prospettiva è posta invece in termini letterari ed estetici, ed è ciò che fa l’interesse del saggio: l’engagement è infatti, innanzitutto, una riflessione dello scrittore sui rapporti che intrattengono letteratura, politica e società in generale, e sui mezzi che egli, in quanto scrittore, ha a disposizione per iscrivere la politica nelle sue opere, e per far si che esse diventino uno strumento pur conservando l’intenzione estetica. Così, se Hugo o Peguy hanno “usato” la poesia, Sartre e Barthes la giudicavano inadatta all’engagement; l’essai ne è stato invece spesso considerato un supporto, anche se il suo statuto letterario rimane incerto. Interessante è a questo proposito l’accento posto sul problema del rapporto tra forma e contenuto, e in particolare il dialogo a distanza sul tema tra Sartre e Barthes, le cui posizioni definiscono lo spazio polemico entro il quale si inserisce il dibattito sull’engagement. Tra la desacralizzazione sartriana della forma (rifiuto dell’autonomia della forma, che non può significare indipendentemente dal contenuto e deve restare al servizio di questo), e il ripristino della sua importanza da parte di Barthes, unico e vero luogo dell’engagement secondo il critico strutturalista, si inserisce il dibattito sulla letteratura engagée. Incapace di rinunciare alla solitudine, e stretto tra due imperativi apparentemente contraddittori, lo scrittore rinuncia alla celebrazione della forma come luogo privilegiato dell’attività letteraria, ma scopre l’autenticità della letteratura nel suo intrinseco potere di trasformare il mondo, e mette così in gioco prima di tutto se stesso.

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