Metabasis N. 35
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Scapegoat, politics and power

Reviews

M, Hardt, A. Negri, Impero

Rizzoli, 2002. Ed. or. Empire, Harvard University Press, 2000), pp. 451

Francesco Giacomantonio

La condizione socio-politica del mondo tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI ha condotto a numerose interpretazioni attraverso categorie come rischio, postmoderno, postnazionale. Hardt e Negri, collocandosi in questo ricco dibattito, cercano di sviluppare una genealogia della società contemporanea, da loro vista come una sorta di Impero mondiale. Utilizzando diverse discipline, dalla storia alla filosofia politica, dalla sociologia all’antropologia culturale e alla scienza politica, fino alla teoria economica e al diritto, essi articolano il loro studio, dialetticamente, in quattro parti, separate centralmente da un breve intermezzo.

L’Impero viene presentato, già nella prima parte del libro, come una struttura fortemente sistemica, giuridicamente legittimata dalla progressiva centralità che hanno assunto, a partire dalla seconda metà del Novecento, le istituzioni internazionali e sovranazionali. Il processo di costituzione imperiale penetra e riconfigura costantemente il diritto degli stati nazione e il riflesso di questa condizione è la diffusione del cosiddetto diritto di intervento da parte dei soggetti che dominano l’ordine mondiale. Concretamente, la macchina imperiale funziona grazie alla natura foucaultianamente biopolitica del suo paradigma di potere. Il biopotere, infatti, è una forma di potere che regola il sociale dall’interno.
Parallelamente alla dimensione giuridica e biopolitica dell’apparato imperiale, gli autori individuano la “moltitudine” delle soggettività: nuove forme di lotta e nuove soggettività vengono prodotte dalla congiuntura degli eventi, dalla contaminazione generale. Questo concetto sarà poi ripreso e approfondito nell’ultima parte del testo.

Come si è determinato dunque l’insorgere della dimensione imperiale che Hardt e Negri diagnosticano? Gli autori spiegano questo processo, sia riferendosi alla dimensione del potere, sia a quella della produzione. Dapprima, nella seconda parte del testo, il discorso ruota attorno a un tema filosofico politico cruciale, quello della sovranità. La sovranità della prima modernità è una forma di potere ancora trascendente, la cui più evidente esplicitazione si ritrova nel Leviatano di Hobbes, ed appare legata al capitalismo. Progressivamente, la sovranità intesa come schema gerarchico di gradi di potere viene, tuttavia, smantellata. Si passa, come rilevava Foucault, dal paradigma della sovranità, in cui il potere sovrasta la società, alla governamentalità, ossia all’economia generale della disciplina che permea il sociale.

Una successiva dimensione della sovranità che viene esaminata è quella del costituirsi dello stato nazione. Già teorizzata nel pensiero politico europeo da autori come Bodin, Grozio, Vico ed Herder, l’idea di sovranità nazionale si afferma definitivamente tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Ma essa non risolve la crisi della modernità, sebbene la nozione di popolo e il dislocamento biopolitico della sovranità siano forse in grado di spostare l’ambito del rapporto tra potere costituente e potere costituito, tra forze produttive e rapporti di produzione, determinando una nuova dinamica politica.

Così, un altro tentativo di risolvere la crisi della modernità, in termini non solo politici ma anche culturali, venne dal colonialismo e dalla subordinazione razziale. La costruzione negativa degli altri, dei non europei, diventa lo strumento tramite cui creare e sostenere la stessa identità europea.

Con l’esaurirsi del colonialismo e la crisi degli stati nazione, si accentua ulteriormente il passaggio alla sovranità imperiale. Tale passaggio viene già segnalato dalle teorie postmoderniste e postcolonialiste, senza però la consapevolezza del “salto paradigmatico” di questa transizione, che, invece, Hardt e Negri vogliono analizzare più approfonditamente. Oltre al postmodernismo e al postcolonialismo, infatti, anche i fondamentalismi costituiscono un sintomo del passaggio all’Impero. In particolare il rapporto postmodernismo-fondamentalismo appare interessante: entrambi sono sorti contemporaneamente in risposta a una medesima situazione. L’idea del postmodernismo, che vede nell’ibridazione e nella mobilità valori di liberazione, come quella del fondamentalismo, che vede in quegli stessi valori fonte di sofferenza, non rimarcano il punto focale. Questi valori non sono liberatori o meno in sé, poiché il vero elemento discriminante della libertà è il controllo sulla produzione di tali valori.

La ricca ricostruzione delle forme di sovranità si completa trattando alcune fasi nella storia costituzionale americana, ognuna delle quali può essere vista come una tappa verso l’affermazione della sovranità imperiale. La prima fase va dalla Dichiarazione di Indipendenza alla Guerra Civile; la seconda corrisponde all’età progressista da Roosvelt a Wilson; la terza va dal New Deal all’apogeo della guerra fredda. L’ultima si delinea dai movimenti sociali degli anni Sessanta al disgregamento dell’URSS.

Sulla base di tutti gli elementi posti in risalto da questa lettura storica, la conclusione più generale e rilevante risiede nel fatto che, con l’avvento dell’Impero, la distinzione tra la dimensione del dentro e del fuori, del confine, che è al centro della tradizione critica del pensiero politico moderno, risulta sempre più debole. Nel mondo imperiale, si esaurisce la dialettica tra ordine civile e natura (politicamente, psicologicamente e antropologicamente); la società attuale soffre di un deficit di politica, non c’è più un luogo del potere, poiché nell’Impero il potere è al contempo ovunque e in nessun luogo.

Questo carattere di non luogo dell’Impero ha riverberi su molte dimensioni sociali concrete. Innanzitutto, si afferma una nuova forma di razzismo, non basato su una distinzione biologica, attraverso cui fondare il Sé, bensì proteso a integrare gli altri nel suo ordine. Dal punto di vista della costruzione identitaria, allora, l’Impero non crea divisioni, ma riconosce e gestisce quelle esistenti o potenziali, all’interno di un sistema di comando, che ruota attorno agli imperativi incorporare, differenziare e amministrare.
L’intermezzo del libro anticipa brevemente il tipo di posizione da adottare per un’eventuale contrapposizione all’Impero: si tratta, secondo Hardt e Negri, di lottare contro l’Impero costruendo dall’interno e servendosi della diserzione, della sottrazione, della defezione, visto che una opposizione diretta, per la natura pervasiva e biopolitica dell’Impero, risulterebbe anacronistica e inadeguata.

Nella terza parte l’attenzione degli autori torna nuovamente sul passaggio dall’imperialismo all’Impero, dal moderno al postmoderno, esaminato però, in questa fase, dal punto di vista della produzione, dalla dimensione economica a quella della soggettività. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la riforma politica e sociale che ne seguì, determinò l’affermarsi sulla scena globale di tre differenti dispositivi. In primo luogo, la decolonizzazione, che riassestò il mercato mondiale lungo le linee gerarchiche dettate dagli USA; in secondo luogo vi fu il graduale decentramento della produzione attraverso le multinazionali. Infine, il terzo dispositivo fu rappresentato dalla creazione di un contesto per le relazioni internazionali, che generalizzava, a livello mondiale, le evoluzioni successive della “società disciplinare”.

Il mercato mondiale diventa così il fattore decisivo della nuova società, determinando nel contempo sia un effetto socializzante-ghettizzante, sia la progressiva emancipazione della masse attraverso il salario. La longevità del capitalismo nell’epoca attuale, ad onta delle analisi marxiste che ne avevano prefigurato la fine, può esser spiegata dunque secondo tre modalità:

  1. Il capitale non è più imperialista
  2. Le risorse della natura sono che costituiscono il limite allo sviluppo capitalistico non sono ancora esaurite.
  3. L’espansione del capitale non si arresta perché essa è diventata non più estensiva, ma intensiva, ossia rivolta all’interno.

Quest’ultima modalità si dispiega concretamente nell’informatizzazione che caratterizza la produzione contemporanea.

Viene spesso riscontrato in molte analisi come la nostra epoca segni la fine dell’autonomia della politica. Tuttavia, secondo Hardt e Negri, questo non deve indurre a credere che i dispositivi e i controlli costituzionali siano venuti meno, né che le multinazionali, svincolate dagli stati nazione, siano in grado di competere e amministrarsi in totale autonomia. L’Impero, infatti, si configura in una struttura piramidale il cui vertice è costituito dal superpotere degli USA; al secondo livello vi è un gruppo di stati nazione che controllano i principali strumenti monetari globali tramite cui regolano gli scambi internazionali. Infine, il terzo livello è costituito da organismi che rappresentano gli interessi popolari nell’organizzazione del potere globale.

Tale struttura comporta che l’amministrazione imperiale integra i conflitti senza imporre un apparato, ma controllando le differenze e ha, quindi, un’indole strumentale, un carattere di forte autonomia procedurale e di eterogeneità. Il controllo si dispiega invece mediante tre strumenti globali (ovviamente) e assoluti: la bomba nucleare, il denaro e l’etere. Ognuno di esse riflette i tre piani della piramide imperiale del potere. La bomba è un potere monarchico, è l’inversione della potenza della vita. Il denaro è potere aristocratico, anch’esso è dislocato in conseguenza della decostruzione monetaria dei mercati nazionali. L’etere è potere democratico: la sovranità è subordinata alla comunicazione, anzi si articola nei sistemi della comunicazione.

Le forze alternative all’Impero risiedono nelle potenzialità virtuali insite, come detto, nella “moltitudine” ossia nella popolazione mondiale e nelle sue pratiche di resistenza, tramite forme di nomadismo e meticciato. Invero, questo concetto di moltitudine (approfondito nella quarta e conclusiva parte del libro), in qualche modo derivato dal pensiero di Spinoza, non è parso, a numerosi critici, sufficientemente convincente, soprattutto nell’esplicazione delle modalità di opposizione alla dimensione Imperiale. Hardt e Negri ritengono, tuttavia, che tale moltitudine abbia la possibilità di diventare un soggetto politico nel contesto dell’Impero. L’azione della moltitudine diventa politica, a loro avviso, quando essa inizia a confrontarsi direttamente e coscientemente con le principali operazioni repressive dell’Impero, finalizzate a ristabilire l’ordine e a segmentare la forza lavoro collettiva. Hardt e Negri sostengono in conclusione un’analogia tra le potenzialità della moltitudine e lo stile di vita delineato da San Francesco. Tale analogia risiede nella possibilità di contrapporre la gioia dell’essere alla miseria del potere.

Giunti al termine del percorso di riflessione che gli autori hanno proposto, non è azzardato rilevare che questo testo costituisce, soprattutto nelle parti dedicate alla trasformazione delle categorie del moderno, certamente un contributo di interessante spessore teorico. Inoltre, molti sono i riferimenti concettuali sui fenomeni contemporanei che vengono affrontati: dalla soggettività all’identità, dalle istituzioni politiche alle strutture di potere, dai principi normativi alle interpretazioni filosofiche che vengono utilizzate per suffragare momenti storici o aspetti specifici dell’evoluzione socio-politica.

Più discutibile, o quantomeno non approfondita alla stessa stregua dei passaggi precedenti del testo, invece, è l’idea finale della moltitudine come elemento capace concretamente di gettare le basi di un controImpero attraverso la sua presunta attitudine francescana. Ma, nell’epoca degli specialismi disciplinari esasperati e delle analisi a corto raggio, tentativi di interpretazione ampi e ambiziosi, per quanto indubbiamente criticabili, anche rispetto alle conclusioni cui conducono, costituiscono sempre un invito alla discussione particolarmente stimolante, il cui valore è bene non perdere né dimenticare.

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