Metabasis N. 25
in edizione digitale

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Ogni saggio della rivista viene valutato da due referees in forma anonima e i loro commenti inviati all’autore.

Scheda di valutazione

Populismo e democrazia II

Recensioni

Francesco Di Marino, La mia ricerca di Dio. Lineamenti di una via cristiana neo-gnostica

Ferdeghini Tipografia Edizioni, La Spezia, 2013, € 20

Claudio Bonvecchio

Francesco Di Marino, con questa sua ultima fatica, affronta un tema di straordinaria importanza e di grande interesse: l’itinerario del saggio verso l’esperienza ultima dell’esistere. Itinerario del saggio in quanto la gran parte degli umani non solo non si pone il problema della morte – propria e altrui – ma lascia anche che si riduca alle angosce di morte e alle conseguenti forme depressive. Sono quelle che caratterizzano la gran parte delle società occidentali ricche (malgrado la crisi), consumiste, desacralizzate e spiritualmente povere. Di Marino non opta, però, per un facile e scontato cammino religioso: in senso tradizionale. Non si propone di scrivere – o meglio di ri-scrivere – una “ars bene moriendi” modernizzata. È troppo dotto (e intelligente) – diciamo pure “saggio” – per cadere nella trappola delle rassicurazioni religioso-istituzionali: quelle che stendono un velo soporifero sui problemi “forti” dell’esistenza. E neppure cade nelle panie di quel pan-psicologismo dove la New Age si mescola con un sentimentalismo narcisista che, in realtà, è solo lo specchio più triste della morte. Come insegna il celebre quadro di Arnold Böcklin dove, dietro l’autoritratto dell’artista, spicca il teschio ghignante della morte che suona il violino. Di Marino, al contrario, affronta il toro per le corna e cerca di capire la realtà della morte. Cerca di capire – e lo capisce perfettamente – e cerca di trasmettere che la finis vitae non è l’exitus traumatico del cammino umano, ma la sua continuazione: in altro modo e in altra forma. Ma per poter camminare su queste perigliose strade bisogna voler tagliare di netto con una società che all’uomo desideroso di vivere “diversamente” propone soltanto le mille illusioni degli idola baconiani. Propone solo le mille distrazioni che confinano l’uomo nella condizione dell’ilico: colui che non vuole spiccare il volo per le regioni “pneumatiche”, colui che si contenta del paradiso dei consumi invece di ascendere a quello dello spirito. Certo, Di Marino non scrive per costoro e neppure desidera farlo. Non vuole essere né “politicamente corretto” né, stoltamente, democratico. Desidera, invece, – per se stesso e per tutti coloro che amano le “rotte stellari – proporre l’antico cammino della Gnosi: seppur riformulato in termini moderni. Sceglie, così, di porsi dalla parte dei “pneumatici”: di coloro che si propongono di vivere in maniera spirituale e che così acquisiscono lo status di potenziali “illuminati in vita”. Ma questo – per non cadere in uno sconfinato (e pericoloso) narcisismo – implica, certamente, fare i conti con la morte. Morte, tuttavia, che, nella visione di Di Marino, non diventa più lo spauracchio tenebroso di chi –non avendo mai realmente vissuto – teme solo la morte fisica: teme la morte del soggetto e niente di più. La morte, secondo Di Marino, è invece solo l’ultimo dei tanti passaggi – l’ultima delle morti simboliche – di cui è costellata la vita dell’uomo. Di colui che non teme di morire, continuamente, perché sa che ciò gli consente di rinascere, continuamente. È questo l’Uomo che non teme di perdere la sua modesta ed effimera soggettività per confluire nella Luce increata del Pleroma: la Luce del tutto. Questa è l’ottica con cui Di Marino conduce la sua meditazione: una meditazione che è una ricerca dell’uomo in Dio e di Dio nell’uomo. In questo suo itinerario – libero, limpido, aperto, non dogmatico e certamente solitario – il Sacro è il vero protagonista, il compagno di strada e la meta. Perché solo la presenza del Sacro consente di vivere l’esperienza della morte e della rinascita. Per questo, Di Marino sostiene, con ragione, che bisogna ritornare al Sacro, che bisogna ricomprendere il Sacro e farlo proprio, perché solo nel Sacro l’uomo può superare la pesantezza del “se stesso”. Ma ritornare al Sacro equivale all’incontro con Sophia, la saggezza, a cui Di Marino dedica l’ultimo, appassionato e profondo capitolo del suo lavoro. Solo fondendosi con Sophia l’uomo può incontrare quel Sé che è il mysterium tremendum et fascinans dell’esistenza: di ogni esistenza. Quella che ciascuno di noi deve vivere nell’eterno presente di un’attesa che è completezza: che è totalità.

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