Metabasis N. 25
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Ogni saggio della rivista viene valutato da due referees in forma anonima e i loro commenti inviati all’autore.

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Populismo e democrazia II

Recensioni

P. Veyne, Foucault. Il pensiero e l’uomo

Garzanti, Milano, 2010

Francesco Giacomantonio

Non è necessario essere specialisti del post strutturalismo francese, per notare come sia sempre più vasta la produzione di testi su Foucault negli ultimi anni: dalla pubblicazione dei suoi corsi al College de France ad opera dell’editore Feltrinelli, passando per svariati saggi che ne ricostruiscono il pensiero etico e ne discutono i contenuti storico-sociali (e forse sociologici), sino ai tentativi di sintetizzarne un pensiero politico compiuto. In questo generale contesto culturale, possono determinarsi valutazioni strumentali, adattamenti, interpretazioni ed è perciò interessante avere una lettura del pensiero foucaultiano sviluppata da uno studioso che ha conosciuto e frequentato, sin da giovane, il teorico dell’archeologia del sapere e che ne è stato addirittura amico.

Lo storico Paul Veyne prova a fornire in questo volume un ritratto di Foucault, discutendo criticamente le sue argomentazioni chiave, senza slegarle da aspetti della sua personalità e richiamando, di volta in volta, ricordi e situazioni condivise. Se si desiderasse attribuire una tesi di fondo al volume, forse la si potrebbe individuare nell’intento di presentare Foucault - allontanandosi dalle etichette accademiche, politiche e culturali più diffuse- come pensatore scettico, associandolo all’immagine di un samurai, sottile e elegante personaggio, che non indietreggiava dinanzi a nulla e a nessuno.

Veyne parte dal chiarimento della metodologia foucaultiana, che si fonda sulla negazione degli universali all’interno della storia: “tutti i fenomeni sono singolari, ogni fatto storico o sociologico rappresenta una singolarità; Foucault pensa che non esistano verità generali, transtoriche” (p. 17). Questa posizione spiega il rapporto difficile di Foucault con gli storici, che non ne comprendevano sino in fondo il senso più profondo dei suoi testi. Per Foucault, tutto è storico, anche la verità e, in tal senso, egli sosteneva che ogni epoca fosse caratterizzata da “pratiche di discorso” particolari, che determinavano il senso della verità e dei rapporti tra gli uomini. Queste considerazioni hanno, come è noto, condotto a interpretare la filosofia di Foucault come relativista e, al limite, anche anti-umanista, riducendola alla idea di fondo secondo cui nella storia non esistono soggetti, ma solo processi di assoggettamento a determinati discorsi.

Veyne ritiene che questo punto vada valutato con maggiore attenzione e precisa opportunamente l’uso del concetto di “discorso” in Foucault: egli segnala che il concetto non era usato nel senso di ideologia; piuttosto i discorsi sono le lenti con cui gli uomini hanno visto le cose, hanno pensato e agito, lenti che sono imposte sia ai dominanti che ai dominati, non menzogne inventate dai primi per ingannare i secondi e giustificare il proprio dominio. In questo continuo processo di produzione di discorsi, di “politiche della verità”, non è possibile, per noi moderni, capire la nostra essenza, che potrà essere chiara solo alla fine della nostra vicenda storica e, quindi, “a coloro che un giorno ci troveranno diversi da loro stessi”. Ecco, allora, che, a giudizio di Veyne, quello di Foucault è un pensiero delle differenze; ma è anche, proprio per questo, una filosofia politica epistemologicamente  più accorta di quelle tradizionali, da Hobbes in poi, perchè non si riduce al problema del potere centrale, ma trova il suo fulcro nella più articolata questione del nesso “sapere-potere”.

Veyne è attento a confrontare, lungo i capitoli del volume, le convinzioni di Foucault con le posizioni dei principali protagonisti intellettuali del XX secolo, dando la possibilità di contestualizzare più ampiamente le idee discusse. Così, ad esempio, egli osserva che, per il filosofo francese, l’uomo è un animale erratico di cui è importante conoscere semplicemente la storia e non un pastore dell’Essere, come riteneva Heiddeger (p. 85); rileva che, secondo Foucault, non esiste alcun Io trascendentale, dotato di una vocazione alla verità, in cui si radica la scienza, come, invece, proponeva Husserl (p. 93); e, ancora, si accorge che il concetto di “discorso” di Foucault appare  vicino a quello di “idealtipo” di Weber, per quanto il filosofo francese non accettasse volentieri l’accostamento al sociologo tedesco.

Da tali raffronti discende l’idea della filosofia foucaultiana come critica permanente del nostro essere storico e come continua attività di trasformazione di se stessi.
Veyne tratteggia, non senza una certa partecipazione affettiva, un Foucault in dialogo, riformatore e sempre pronto alla lotta, né utopista, né nichilista, nè rivoluzionario, né conservatore: un intellettuale in cui la filosofia, la società, la politica, la storia, la ragione, la scienza, la conoscenza, la cultura, perdono ogni carattere dogmatico, per lasciar posto a un programma d’azione ispirato a libertà e autonomia, secondo cui non bisogna lasciarsi impressionare dal presente, che è già passato quando gli uomini riescono a coglierlo; piuttosto è importante per ciascuno essere consapevoli di ciò che si vuole e di ciò che si rifiuta (p. 161).

Questo senso di consapevolezza, unito alla visione sempre evolutiva e non cristallizzata della realtà, resta, probabilmente, il tratto di Foucault che meglio ne sintetizza, nella lettura di Veyne, la personalità e il pensiero.

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