La filosofia contemporanea, soprattutto quella che rientra nella tradizione analitica, è caratterizzata da una variante di naturalismo, il fiscalismo. Secondo questa concezione, tutto ciò che esiste sarebbe identico o riconducibile alle particelle elementari di cui parla la fisica contemporanea e alle loro interazioni. Questo varrebbe anche per l’uomo, per l’agire umano e per le realtà generate dal suo agire, ossia le società e le comunità politiche. Se le cose stessero così, lo studio della realtà, anche di quella politica e sociale, sarebbe appannaggio esclusivo della scienza, o, potremmo dire, di scienze particolari, adeguate all’oggetto: l’agire umano e politico sarebbero, quindi, oggetti delle scienze sociali, dell’economia, della psicologia sociale e cognitiva, delle neuroscienze. Al filosofo non resterebbe altro da fare che mostrare come l’esperienza e il linguaggio comuni possano essere naturalizzati, ossia ricondotti (riducendoli o eliminandoli) a quelli delle scienze. Ma la nostra esperienza dell’agire umano e delle sue concrezioni politiche e sociali sono interamente imbrigliabili dalle scienze?
La sociologia del XX secolo costituisce certamente un ambito di riflessione assai denso di sfaccettature e manifestazioni, probabilmente più di quanto manuali e compendi della disciplina riescano solitamente a mostrare. Di alcune di tali manifestazioni si occupa Protti in questo studio, che, diviso in tre agili sezioni, raccoglie alcune ricerche che l’autore è venuto sviluppando su figure del calibro di Weber, Adorno, Habermas e Schutz. I saggi che costituiscono il volume, pur eterogenei, sembrano, tuttavia, armonizzati da una sorta di filo latente, che si dipana lungo le dimensioni della razionalità moderna e delle sue ricadute socio-politiche.
Agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso uno storico dell’economia, Carlo Maria Cipolla, notava che gli storici spesso hanno abusato del termine rivoluzione, affermando che «nessuna rivoluzione è stata così drammaticamente rivoluzionaria come la rivoluzione industriale, salvo forse la rivoluzione neolitica».