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Lo studio di Tobias Dahlkvist si ripropone di collocare adeguatamente la posizione
di Nietzsche all’interno della filosofia del pessimismo. In questa operazione, non si tratta tout court di
esercitare una lettura sub specie pessimismi dell’arco filosofico nietzscheano, ma di lasciar emergere la
posizione di Nietzsche rispetto al problema del pessimismo rischiarandone il rapporto con i protagonisti di questa
tradizione, in particolare con Schopenhauer, von Hartmann e Leopardi e di evidenziare la rilevanza del loro influsso
sull’esperienza filosofica di Nietzsche. Più in dettaglio lo studio esibisce il processo di costituzione
e definizione del pessimismo come concetto filosofico nella seconda metà del diciannovesimo secolo in ambito
tedesco e delimitando in tal il dibattito filosofico e dispiegando le complesse relazioni che Nietzsche intrattiene
con questa tradizione.
Dahlkvist, dichiaratamente, predilige all’indagine circa la soluzione teoretica
del problema del pessimismo la ricostruzione della sua storia, in virtù di una prospettiva di ricerca scarsamente
frequentata, attraverso la quale è, però, possibile apprezzare lo sviluppo del pensiero di Nietzsche
proprio a partire dalla complessa trama dei suoi rapporti con la problematica e con la tradizione filosofica inaugurata
dal Pessimismus-Debatte di metà secolo diciannovesimo. Questa scelta metodologica gli frutta un duplice merito:
da un lato il suo lavoro rappresenta, infatti, per lo studio della storia delle idee uno strumento per mettere a
fuoco un fenomeno culturale spesso inadeguatamente tematizzato dalla ricerca, nonostante caratterizzi spiccatamente
la nostra civiltà; e dall’altro, più specificamente sul versante della Nietzscheforschung, mostra
come in tutto l’arco filosofico nietzscheano il pessimismo pur con un decorso carsico, non solo orienti prese
di posizione essenziali nella produzione di Nietzsche, ma altresì sostanzi il sostrato di filosofemi fondamentali,
rappresentando, ad esempio, il contesto tematico da cui germina la precoce versione della dottrina dell’eterno
ritorno. L’obiettivo e il punto di maggiore interesse del libro è proprio l’operazione mirata
a circoscrivere la filosofia del pessimismo risalendo la genealogia della sua elaborazione e lasciandola emergere
da radiazione di fondo della nostra cultura a movimento filosofico dotato di una fisionomia definita. Fondamentale
diviene in questa direzione l’isolamento del nucleo concettuale pessimistico operato attraverso la decantazione
del significato d’uso corrente del termine che fino al Die Welt als Wille und Vorstellung rimane legato a
quello di antiteodicea. Nell’analizzare il pensiero schopenhaueriano Dahlkvist evidenzia come nonostante il
termine, non appaia sino alla seconda edizione del 1844, esso rappresenti, al contrario, l’essenziale premessa
al sistema schopenhaueriano. Distillato, dunque, dalla fallace reciproca definizione antonimica, inevitabilmente
proiettata dall’ingombrante riferimento all’ottimismo leibniziano, il pessimismo esibisce il suo nucleo
concettuale nell’impossibilità dell’esistenza ad essere giustificata. È essenzialmente
a partire da questo epicentro tematico che l’analisi mostra come da un lato la filosofia del pessimismo generi
differenti usi del concetto, quanto all’interno di questo plesso problematico la posizione di Nietzsche si
costruisca originalmente. La generazione successiva a Schopenhauer si rivela essere però un riferimento imprescindibile
per la centratura della posizione nietzscheana rispetto alla tradizione pessimistica, nella misura in cui essa si
incaricò di proseguire il dibattito sul pessimismo imprimendo però una significativa torsione. Eduard
von Hartmann ed Eugen Dühring rappresentarono, infatti, sul fronte pessimista gli agenti di un mutamento di
prospettiva che abbandonando il piano della giustificazione dell’esistenza si focalizzò sul suo valore
soppesando l’entità del dolore rispetto alla felicità e giungendo a formulare verdetti incontrovertibilmente
pessimistici. In tal senso a in particolare a von Hartmann va attribuita la distinzione rilevante nella discussione
tra una direttrice eudaimonologica, circa il valore dell’esistenza e di una direttrice storica della tradizione
filosofica del pessimismo concernente il destino dell’umanità avviata verso il proprio sviluppo o declino.
Il problema del pessimismo, enunciato nella sua esiziale essenzialità della
risata stridula del savio Sileno, si situa tra gli estremi del “nicht geboren zu sein, nicht zu sein, nichts
zu sein” e del “bald zu sterben”. Se la prima opzione, il non esser punto, individua la concezione
schopenhaueriana del pessimismo, in quanto preferibilità della non-esistenza all’esistenza, e dunque,
sancisce l’impossibilità di quest’ultima ad essere giustificata; è la seconda, invece,
il desiderio del precoce auto annientamento, a rappresentare l’opzione pratica conseguente alla torsione hartmanniana
del concetto: il Pessimismus slitta dal livello della giustificazione a quello del valore dell’esistenza.
Nel rapportarsi a questa duplicità di soluzioni e di livelli si delinea la variegata posizione di Nietzsche.
Se il problema in Die Geburt der Tragödie è principalmente l’esigenza di non perire della verità
del Sileno, l’orizzonte dell’opera appare essenzialmente pessimistico: nella tragedia, attraverso l’intervento
di contenimento plastico dell’apollineo la pessimistica verità dionisiaca viene sopportata ed affermata.
Il problema della giustificazione in Nietzsche dunque esibisce manifestamente, secondo quanto palesa lo studio di
Dahlkvist, un’ascendenza non precipuamente teologica, ma, diversamente, connotata da una spiccata matrice
pessimistica. Evidente appare infatti come la condanna dell’ottimismo scientifico-socratico discenda dalle
conseguenze pratiche della sovversione dialettica euripideo-socratica: la visione della terribilità della
verità senza l’antiemetico dell’arte annienta l’individuo ed invera le premesse pessimistiche.
In Die Geburt der Tragödie Nietzsche continua, dunque, la riflessione sul pessimismo con l’importante
variante rispetto ai frammenti postumi coevi al suo libro d’esordio: la visione dell’essenza dolente
della realtà spalancata dalla scienza non conduce al pessimismo, ma viene assorbita dal dionisismo della
tragedia, forma d’arte nella quale si realizza la possibilità di stornare poieticamente la visione
dell’assenza di valore dell’esistenza. In questa potenzialità vuole credere Nietzsche allorché
considera il Gesamtkunstwerk wagneriano l‘accadimento culturale in grado di redimere dal filisteismo imperiale
ed imperante la cultura tedesca.
Per coloro che andranno ad accrescere la schiera dei pessimisti, tra cui Agnes Taubert,
Philipp Mainländer e Julius Bahnsen il riferimento filosofico è rappresentato proprio dall’utilizzo
hartmanniano del concetto di pessimismo: la consapevolezza dell‘impossibilità che i voleri dell’uomo
possano essere soddisfatti conduce a preferire la morte alla vita. La strategia argomentativa del fronte anti-pessimista,
tra cui si annoverano Jürgen Bona Meyer, James Sully e Max Nordau, pur accendendo il dibattito sulle modalità
e i principi di valutazione del piacere o del dispiacere garantiti dall’esistenza e rinvenendo nel pessimismo
un sintomo patologico, resta ancorata alla tematizzazione hartmanniana. Nel processo di progressiva definizione
del concetto di pessimismo nel corso degli anni sessanta del secolo scorso e di consolidamento degli anni settanta
e ottanta ricopre un ruolo rilevante seppur eccentrico rispetto al fuoco del dibattito sul pessimismo Giacomo Leopardi.
Sebbene ammirato e accolto dai filosofi pessimisti tra gli aderenti alla loro visione filosofica in ragione degli
innegabili tratti pessimistici dei suoi poemi, aforismi e dialoghi, quali il tedio e il doloro come tratti essenziali
della vita, la mancanza in Leopardi di una verace fondazione metafisica del pessimismo e di un atteggiamento ambiguo
nei confronti di esso, segnano uno smarcamento dall’uso del termine pessimismo elaborato dalla nascente tradizione
filosofica pessimista tedesca e certificano come la visione filosofica leopardiana si ricolleghi più plausibilmente
all’accezione prefilosofica di antiteodicea.
Se nella fase di mezzo del suo arco filosofico rigettava le conclusioni ma conservava
le premesse dei pessimisti, nella fase tarda della sua riflessione lo sguardo di Nietzsche disamina criticamente
proprio queste premesse, come la dottrina della conoscenza intuitiva di Schopenhauer sul piano teoretico e, invece,
sferza, su quello pratico, l’onestà intellettuale di coloro che disprezzano la vita ma vi restano ben
saldi.
Che la dimensione pratica del pessimismo sia quella che sta maggiormente a cuore a
Nietzsche appare evidente proprio in ragione dal suo rapporto con la versione del pessimismo di matrice hartmanniana:
pur nei commenti sprezzanti e derisori che gli riservò in Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das
Leben non si può negare che questa frequentazione segni l’inizio dell’interesse di Nietzsche
per il pessimismo. È infatti il 1869 l’anno nel quale il tema del pessimismo entra nell’agenda
filosofica nietzscheana, e ciò è provato dall’evidenza che sebbene la lettura di Schopenhauer
sia di quattro anni precedente, Nietzsche non si riferisca a Schopenhauer annoverandolo tra i pessimisti prima dell’anno
nel quale effettuò la lettura del libro di Eduard von Hartmann Philosophie des Unbewussten; ed è ancora
nel 1886 nel Versuch einer Selbstkritik, definita tardiva prefazione o conclusione, che Nietzsche appose retrospettivamente,
appunto a suggello del problema della nascita della tragedia dallo spirito della musica il grosso punto interrogativo
circa il Werth des Daseins. Ciò non significa che però in questa fase Nietzsche sia ancora alle prese
con il problema cornuto del pessimismo: la presa di distanza dall’opera, dal dedicatario e dal suo fantasmatico
ispiratore segna un allontanamento dalla tematica non nel senso che ora il pessimismo sia divenuto marginale o sfuocato
nella riflessione di Nietzsche ma che invece esso, attraverso un movimento genealogicamente retrocedente si trovi
ora ricollocato nella costellazione concettuale del nichilismo: negli anni ottanta la centralità della riflessione
nietzscheana si ritrae dal territorio speculativo del valore a quello logicamente prioritario del significato. Con
questo arretramento prospettico il pessimismo pur non svanendo affatto nelle frequentazioni filosofiche di Nietzsche
esaurisce la sua inerzia euristica: il pessimismo da condizione necessaria che deve essere superata decade a fenomeno
patologico, a melanconica devianza di nature dolenti, a sintomo di decadenza. Si potrebbe azzardare che Nietzsche
realizzi un attraversamento del pessimismo per giungere ad inverarne e a svelarne l’eziologia nichilista ed
in questo percorso Nietzsche si faccia incontro all’ombra dolente proiettata dall’ospite più
inquietante della nostra epoca. Questa metabasi viene nello studio di Dahlkvist illustrata dalla parabola compiuta
dal personaggio di Amleto nella riflessione nietzscheana. Il principe sheakespeariano, a cui gli eventi di matrice
edipica conferiscono una visione privilegiata seppur disperante del mondo, diviene ritratto epifanico del rispecchiamento
delle differenti posizioni assunte da Nietzsche nei confronti del pessimismo. Il precipitato del dionisismo che
emerge nella Hamlet-Lehre del celeberrimo soliloquio del terzo atto a cui Nietzsche si richiama nella Geburt der
Tragödie quale intuizione dell’essenza della realtà che priva della volontà di agire, si
converte, nel percorso di confronto di Nietzsche col pessimismo, in un sintomo di insanità: se il personaggio
rimane incarnazione del pessimismo, l’interpretazione che a quest’ultimo sintomo è sottesa muta
sino a trascolorare nel ridicolo.
Un altro riferimento rilevante per contestualizzare la relazione che Nietzsche intrattiene con la filosofia del
pessimismo è rappresentato dal confronto con la produzione e riflessione di Leopardi. Dall’ammirazione
peraltro suffragata da una conoscenza frammentaria e mediata dalle traduzioni di netta ispirazione schopenhaueriana
di Robert Hamerling, Gustav Brandes e Paul Heyse, Nietzsche passa a considerare il suo lamento per la sofferenza
che inerisce essenzialmente alla vita come debolezza e sintomo di una salute degenerata che trae origine da una
sessualità perversa. Nuovamente è possibile apprezzare come Nietzsche da una preliminare accettazione
delle premesse pessimistiche pur non venendo cooptato dagli anti-pessimisti, si allinei sulle loro conclusioni evidenziando
come nella sue interpretazione il pessimismo sia decaduto da serio tema filosofico a fenomeno patologico.
Non tutte le forme di nichilismo sono però biasimevoli, giaccé l’assenza
di significato della vita rappresenta un’opportunità di nuova creazione del senso. Il pessimismo della
forza, ispirato a Nietzsche dalla figura di Montaigne, sostanzia la facoltà tragica di poter accogliere una
visione tanto disperante quanto affermatrice della vita. In questo senso diviene possibile apprezzare grazie all’opera
di Dahlkvist la fungenza del contesto pessimistico nel concepimento della dottrina dell’eterno ritorno, enunciata,
pur in una forma germinale ma già nitidamennte intesa quale rimedio anti-pessimistico nella seconda Unzeitgemaße
Betrachtung: il supplizio o il suggello del rivivere la propria vita rappresenta anche l’ordalia in virtù
della quale un individuo manifesta di avere o meno quella forza e quella salute che non solo non si lascia annichilire
sul piano pratico dalle premesse teoriche pessimistiche, ma ricuce quello scollamento inaugurato da Schopenhauer
tra la dimensione metafisica e quella pratica del pessimismo, individuando nelle ansie ottimistiche della scienza
un elemento essenzialmente nichilista.
In conclusione si potrebbe azzardare da quanto emerge dallo studio il giudizio secondo
il quale il pessimismo rappresenti un problema tanto esogeno quanto endogeno della filosofia di Nietzsche: esogeno
nella misura in cui il dibattito sul significato del termine rappresenta un riferimento fondamentale, come appare
dalla struttura chiastica della prosopopea anche stilistica delle Unzeitgemässe Betrachtungen; ed endogeno
perché proprio come per Wagner in Richard Wagner in Bayreuth l’odio verso il proprio tempo promana
da un odio anche per ciò che in se stessi, sotto forma di demone possente con questo mondo la natura condivide.
Allo stesso modo quella che l’autore chiama una "lugubre e dolente striatura" nel pensiero di Nietzsche
emerge dallo studio come un elemento che pur non trovandosi fatalmente inserito in modo sistemico funge da elemento
genetico dell’impegno filosofico nietzscheano.
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