Marzano, V., Mondo “Post”. Globalizzazione asimmetrica e crisi del sociale, Liguori, Bari, 2006, pp. 367
di Giangiacomo Vale |
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Come sottolinea R.L. Williams nella breve biografia politico-letteraria che chiude il presente saggio, non si possono valutare il destino e l’opera dello scrittore peruviano senza fare riferimento ad alcuni avvenimenti che ne hanno fortemente determinato il senso. Nato in una famiglia cattolica e conservatrice boliviana trasferitasi negli anni Quaranta in Perù, Vargas Llosa vive la sua adolescenza e gli anni dell’università durante la dittatura militare del generale Odría (1948-1956), e sono anni che segnano profondamente la sua formazione politica e letteraria, tanto da ispirare il suo romanzo più politico, Conversazione nella cattedrale (1969). Come è stato per i grandi scrittori sudamericani di quegli anni (Fuentes, García Márquez, Cortázar), la riflessione e la produzione letteraria dello scrittore peruviano non poteva, inoltre, non fare i conti con la rivoluzione cubana, e con il clima di grandi speranze ad essa legato che aveva coinvolto intellettuali e scrittori di tutto il mondo. Grande influenza sulla sua opera ebbe poi la lettura dei classici del pensiero marxista, ma soprattutto, per quanto riguarda la sua riflessione letteraria, la lettura di Flaubert, Faulkner, Hemingway, de Beauvoir, Camus, e, tra i più meditati, Sartre, ai cui romanzi e scritti teorici Vargas Llosa deve la maturazione letteraria e la consapevolezza della responsabilità politica della scrittura. Di tali letture e riflessioni si trova facilmente traccia nei saggi, articoli o commenti politici dell’epoca, tra i quali il famoso discorso che Vargas Llosa pronunciò nel 1967 a Caracas, alla presenza del già celeberrimo García Márquez, La letteratura è fuoco: «La letteratura è fuoco, che significa anticonformismo e ribellione; la ragion d’essere dello scrittore è la protesta, la contraddizione e la critica». Un soggiorno negli Stati Uniti all’inizio degli anni Ottanta, in cui Vargas Llosa si avvicina all’opera di Hayek, Berlin, Friedman, Popper, segna la svolta politica dello scrittore, ovvero l’allontanamento dal marxismo e l’inizio della sua formazione di liberale classico. Di ritorno in Perù, ha inizio la sua carriera politica, con la creazione del Movimiento Libertad (1987) con il quale prende parte alle elezioni presidenziali del Paese nel 1990 all’interno della coalizione del Frente democrático. Come sappiamo, la sua decisione di compromettersi in prima persona non ha avuto l’esito sperato. Ma il suo impegno politico diretto, dopo che per molto tempo, nelle vesti di scrittore rivoluzionario, ha indagato il rapporto tra politica e letteratura, rende la posizione di Vargas Llosa particolarmente allettante tra quella dei molti scrittori che su tale rapporto hanno riflettuto.
Qual è dunque il ruolo dello scrittore nella società e nei confronti della politica? La funzione del romanzo e dell’arte in genere, ci dice Vargas Llosa, non è «quella di dare risposte, piuttosto quella di formulare domande, di suscitare riflessioni […]. I romanzi che danno risposte spesso sono brutti perché organizzati così razionalmente da non lasciare spazio alla libertà, e senza libertà la vita non può germogliare in un’opera di finzione». Pur non essendo e non raccontando la storia ufficiale, i romanzi sono, come diceva Balzac, e come appare nell’epigrafe a Conversazioni nella cattedrale, «la storia privata delle nazioni»: la storia di ciò che non è mai accaduto e che non c’è nei documenti, ma che esiste nella fantasia, nei sogni e nelle ossessioni di un’epoca; la storia non raccontata, l’intimità senza tracce alla quale si può pervenire solo attraverso l’immaginazione e l’invenzione, vale a dire attraverso la finzione letteraria, che ci racconta la verità attraverso la menzogna.
Il romanzo, il grande romanzo, il romanzo totale è così quello che «abbraccia diversi livelli di realtà e allo stesso tempo ci presenta l’immagine di un mondo che è insieme sociale, individuale, politico, folcloristico, erotico, ci abbaglia per l’universalità che sembra riassumere», e che si avvicina, senza mai raggiungerla, al tutto dell’esperienza umana, dandoci l’illusione della vita, dandoci la sensazione che tutto ciò che vi si racconta – idee, valori, passioni, intimità – stia realmente accadendo, e ciò grazie al linguaggio, allo stile. Ecco allora l’importanza dello scrittore, di chi inventa e racconta, che a sua volta non può però esistere senza il lettore, senza il pubblico, in mancanza del quale la sua opera è destinata a fallire. Eppure, nonostante sia questo legame a far nascere la letteratura, «non c’è niente di più individualistico della creazione artistica». Per creare, lo scrittore deve isolarsi – in ogni senso – dagli altri e dal mondo, ed è una solitudine che non esiste nella riflessione né nell’azione politica.
È proprio questo il filo conduttore del saggio, che poggia sul tentativo di dimostrare l’affinità di due imperativi, quello etico e quello estetico, di due attività, due visioni del mondo che spesso si credono inconciliabili. L’una – la letteratura – nasce nella solitudine e non può farne a meno, e non ha teoricamente altri progetti al di là di se stessa; l’altra – la politica – ha bisogno della pluralità sociale, e si misura principalmente attraverso i suoi risultati pratici. È comprensibile in quest’ottica lo scetticismo che molti scrittori hanno avuto ed hanno ancor di più oggi nei confronti di un’attività che apparentemente non potrebbe che essere avvelenata dalla politica, la quale è a sua volta disprezzata come un’attività retorica, senza sostanza e creatività. La letteratura contemporanea si è infatti decisamente allontanata dalla politica, non senza delle forti critiche nei confronti di quegli scrittori delle generazioni precedenti che non separavano quest’ultima dal lavoro intellettuale e letterario e consideravano la scrittura una missione sociale, implicitamente carica di fini politici; se ne è allontanata biasimandone la presunzione e la vanità, sostenendo non solo che non è scrivendo romanzi o poesie che si cambia la vita o la storia, o che, più in generale, la letteratura non può avere alcun effetto sociale o politico, ma soprattutto che non è questa la ragion d’essere della letteratura, che altro non potrebbe essere, invece, che una finalità senza fine.
L’idea di una letteratura che è fine a se stessa, gioco formale il cui solo scopo è l’intrattenimento, il divertissement, non era certo quella predominante all’epoca della formazione letteraria di Vargas Llosa. Al contrario, tra tutti quegli scrittori latino-americani che, come Vargas Llosa in Perù, avevano davanti agli occhi la corruzione e il clima liberticida e repressivo delle dittature militari, si era fatta strada la convinzione che politica e letteratura fossero indissociabili, che la scrittura fosse azione, e che attraverso romanzi, racconti, poesie, l’artista potesse esercitare la sua condizione di cittadino, prendesse parte al dibattito e potesse suggerire soluzioni concrete. Grande influenza ebbe senza dubbio il dibattito sul ruolo dello scrittore nella società che si era acceso fin dagli inizi del Novecento in Europa, ma soprattutto a partire dagli anni Quaranta tra gli esistenzialisti francesi ispirati da Sartre, i cui saggi, la Présentation della rivista Les Temps modernes (1945), Qu’est-ce qu’est la littérature (1947) e il ciclo di romanzi Les chemins de la liberté (1943-1949), molto séguito hanno avuto negli anni Sessanta e Settanta in America Latina. Contestando l’idea di una scrittura innocente e gratuita, e concependo la letteratura come un formidabile strumento di trasformazione e di lotta all’ingiustizia, Sartre diceva agli scrittori sudamericani che attraverso le loro opere potevano combattere la realtà che li indignava, perché le parole altro non sono che azioni, ed attraverso le parole, che lo si voglia o meno, si partecipa alla vita. La scrittura è così un’attività sociale, e lo scrittore, che ne è consapevole, ha il dovere di essere responsabile, ha il dovere di impegnarsi, schiudendo le coscienze dei suoi contemporanei, facendogli vedere ciò che sembra invisibile.
Nel presente saggio Vargas Llosa riconosce e – a posteriori – evidenzia l’ingenuità di queste idee. D’altra parte lo stesso Sartre, rendendosi conto che la realtà politica si è evoluta in Francia e in Europa nella direzione opposta a quella da lui auspicata (la rivoluzione tanto sperata, per la quale Sartre, seppure come “compagno di strada”, aveva combattuto non aveva avuto luogo, e la Quinta Repubblica gollista rappresentava piuttosto un ritorno all’ordine), ha lasciato incompiuto il ciclo romanzesco Les chemins de la liberté, e, dopo aver dato l’addio alla letteratura con Les mots (1964), è giunto a rinnegare il suo passato, rendendo esplicito in una famosa intervista il suo disincanto nei confronti della letteratura che, di fronte ai problemi sociali e politici, ha riconosciuto, è impotente: «di fronte ad un bambino che muore di fame, La nausea non fa la differenza».
Ma tra i due estremi rappresentati dalla posizione sartriana e dalla letteratura pura o arte-per-l’arte, ci dice Vargas Llosa, vi è un punto intermedio in cui si dovrebbe collocare la relazione tra letteratura e politica. La letteratura, certo, è innanzitutto intrattenimento, distrazione. Ma «se la letteratura si limita solo a questo e non si pone altri obiettivi è condannata ad impoverirsi e addirittura a scomparire», spodestata da forme di intrattenimento più spettacolari e meno esigenti come il cinema o la televisione, che ci portano in un mondo leggero, svagato, richiedendoci il minimo coinvolgimento intellettuale, e con le quali la letteratura, che richiede lo sforzo della decodificazione delle parole, non potrà competere. Per questo la letteratura non deve limitarsi ad intrattenere, e deve assumersi il ruolo che grandi scrittori in passato le hanno affidato. Pur non esistendo nessuna dimostrazione che una grande opera letteraria abbia avuto delle ripercussioni politiche, è certo che la letteratura, arricchendo la coscienza e la sensibilità del lettore, che è anche cittadino e membro di una società, si fa azione.
L’effetto politico più visibile della letteratura è dunque quello di risvegliare la nostra coscienza rispetto alle lacune del mondo che ci circonda, e renderci presenti le nostre ambizioni, aspettative, desideri. La letteratura ci mostra che la vita e il mondo sono fatti male, non certo con argomenti politici, ma «esponendoci all’esperienza di mondi che invece sono ben fatti, in cui, a differenza di quello in cui viviamo, tutto è bello, persino il brutto, l’orribile, l’atroce», e dandoci in questo modo una visione coerente, totalizzante della vita, che non possiamo raggiungere finché ne facciamo parte; una visione sferica che noi non riusciamo mai ad avere: «il mondo della letteratura e dell’arte è il mondo della perfezione, quello in cui la bellezza, che è ciò che in ultima istanza gli conferisce indipendenza, verità ed autenticità, ci mette davanti al compiuto, a tutto ciò che si può abbracciare con la conoscenza, con la coscienza». I grandi romanzi riescono a creare in noi l’illusione di essere veri universi in sintesi della condizione e dell’esperienza umane; Cervantes, Proust, Faulkner, Flaubert, Tolstoj, Dostoevskij, tutti i grandi romanzieri sembrano avere realizzato l’impossibile: riassumere in una storia, in un certo numero di pagine, la vertigine infinita che è l’esperienza umana, renderci immaginabili e comprensibili dei destini compiuti, come scriveva Camus. E vi appare l’individuo, ma anche la società, l’umanità intera. Così, «quando da un grande romanzo, da quel mondo di illusione che è quello di una finzione riuscita che ci si impone come una verità irresistibile, torniamo al nostro mondo […] il confronto è inevitabile», e ci accorgiamo della piccolezza e dell’imperfezione del nostro mondo al confronto dell’altro, dove perfino gli aspetti peggiori della condizione umana sembravano belli e accettabili. Il contatto con la bellezza artistica non può dunque che portare ad un atteggiamento critico nei confronti della realtà, e l’imperativo estetico si fonde allora in una metamorfosi etica.
Accade così che anche le opere di scrittori reazionari come Balzac, Flaubert o Faulkner, che hanno descritto la realtà sociale, economica, politica, culturale del proprio tempo senza la minima intenzione di farlo in modo critico facendone una battaglia politica e senza alcun auspicio di cambiamento sociale, producano inevitabilmente effetti politici. Non è forse politico il modo tragico in cui Faulkner ci descrive una società violenta ed impregnata di pregiudizi razziali, dominata dal conflitto tra passato aristocratico e presente borghese, tra bene e male, quale la società americana degli anni Venti? E non ci appaiono oggi forse le opere del reazionario Balzac, per il modo in cui ci descrivono la realtà del suo tempo, come un modello esemplare di letteratura progressista, se non rivoluzionaria? Ed è nota, ancora, l’ossessione antisociale di Flaubert, e il suo disprezzo per la politica, inconciliabile, secondo l’ “eremita di Croisset”, con la creazione e con la bellezza. Eppure pochi come lui hanno osservato la crisi della società borghese, il fallimento dei valori individuali, l’avvento della società di massa e la degradazione del conformismo. Eppure i suoi romanzi sono incomprensibili senza il contesto sociale entro il quale si svolgono e che ci è raccontato in modo maniacalmente realistico nei suoi i valori, costumi e pregiudizi offrendoci un ritratto della società francese dell’epoca che nulla ha da invidiare al lavoro degli storici. E lasciandoci, malgrado lui, una visione profondamente critica di tutta quella complessa realtà storica, culturale, sociale quale appare in Madame Bovary o nell’Éducation sentimentale, che tutto sono tranne che romanzi rivoluzionari.
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